Quando la normalità è un sogno

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Pensava che la vita adesso potesse essere un po’ più generosa con lei. Lei che aveva conosciuto tanta sofferenza e che si era sempre ripetuta che ce l’avrebbe potuto fare. Pensava che il mondo avrebbe potuto sorriderle, ma si sbagliava. Sognava di poter essere autonoma, di poter dimostrare a se stessa e agli altri che era capace di fare una vita normale, come tutti gli altri. Ma non sapeva cosa si nascondesse dietro gli angoli bui, dietro i sorrisi ipocriti e la falsa benevolenza. Aveva sempre avuto fiducia, ma continuava a sbagliarsi. Adesso riconosceva di essersi illusa.

Giaceva inerme, accartocciata in fondo ad una scala. Aprì gli occhi, cercò di alzarsi ma non ebbe abbastanza forze. Provò e riprovò fino a quando, a stenti, raggiunse quella stanza che era stata teatro di violenza brutale. Le venne il dubbio se tutto ciò che le era accaduto non fosse una forma di espiazione di qualche sua colpa. “Che male avrò fatto nella mia vita?”, si chiedeva. “Forse ho offeso qualcuno, o forse perché  non vado in chiesa come altri fanno? Ma io ho cercato di andarci”. Continuava a sondare nella sua mente in cerca di una risposta. “Nel coro? No!” Avrebbe rotto un equilibrio di … Non ha capito di cosa. “Le letture? No!”. Non ricorda il perché lei non avrebbe potuto farlo.

Lentamente, trascinandosi sui piedi nudi, raggiunse il telefono. “Aiutatemi!”, fu tutto ciò che riuscì a dire. Ricadde. Gli occhi le si richiusero e sognò. Sognò di vedere accorrere tanta gente premurosa, di leggere comprensione e sensibilità in tutti quei volti che la circondavano. Continuò a sognare. Sognò di non svegliarsi più.

Foto: sdamy.com

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