Dalla crisi del ’29 una speranza

Il XIX secolo non si è chiuso con la prima guerra mondiale, ma con la crisi del ’29: questo è quanto ha affermato lo storico Franco Catalano, docente dell’Università di Modena. In un suo saggio, Catalano presenta un’analisi delle cause sostanziali che condussero alla grande crisi, trovando delle affinità tra la situazione economica di allora e quella a lui contemporanea. L’autore mette in dubbio che sia stato soltanto un’eccessiva produzione a mettere in ginocchio l’economia. Negli anni precedenti la crisi, si era registrato un’acuirsi delle disparità e delle disuguaglianze sociali, così che mentre alcuni ceti o alcune zone sprofondavano nella miseria, in altri ceti o in altre zone si accumulavano ricchezze. Nonostante poi la situazione precipitasse, il presidente americano Herbert Hoover, ben visto dagli ambienti finanziari, continuava ad alimentare un ottimismo che di fatto però era fittizio, non poggiando su situazioni reali. Il 29 ottobre fu la giornata più rovinosa, non solo della storia del mercato newyorchese, ma della storia dei mercati. Successivamente, alla Casa Bianca giunse il presidente Franklin Delano Roosevelt che, fiducioso della teoria di Keynes,  applicò la politica del “nuovo corso”, convinto che per far ripartire l’economia bisognasse mettere la gente in condizione di acquistare e consumare. Per ottenere questo però era necessario risolvere prima il problema della disoccupazione, perché solo chi lavora è in condizione di spendere. Quindi, prima ancora occorreva dare opportunità di lavoro, realizzare grandi opere pubbliche, senza trascurare anche una valida legislazione sociale a favore dei disoccupati, degli anziani e degli inabili al lavoro. Negli anni tra il ’33 e il ’39, la disoccupazione fu riassorbita e la produzione e il reddito tornarono ai livelli precedenti la crisi. Non vogliamo essere come quelle persone che sono descritte nella “Lettre à D’Alembert” di Rousseau, “così moderate, che trovano sempre che tutto va bene perché hanno interesse a che nulla vada meglio, sono sempre contente di tutti perché non si curano di nessuno…”. Ma la fiaccola della speranza di una ripresa deve rimanere sempre accesa, malgrado le sconfitte. Si deve cercare sempre di risollevarsi e ricominciare a lottare. E’ vero che governi deboli o inetti hanno condotto sempre “alla fine della libertà e a governi più o meno larvatamente autoritari”;  […] come diceva Camus, non basta criticare il proprio tempo, ma bisogna anche dargli una forma e una speranza di avvenire”.

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