Sembrava solo un gioco

Il gioco è senz’altro una sana attività che aiuta a crescere e socializzare. E’ educativo e ricreativo allo stesso tempo. L’attività ludica fa parte delle esigenze umane e non va demonizzata, siamo d’accordo, ma i dati rilevati dalle ultime indagini sono allarmanti. Secondo una stima riportata dai quotidiani, la raccolta dei giochi nel 2011 ammonta a 79,9 miliardi e può raggiungere i 100 miliardi nel 2012. Dobbiamo prendere atto che il giro di affari di questo settore, che va dalla schedina al lotto e dal videopoker al Casinò online, registra raccolte record ma anche gravi risvolti sociali. Il fatto più sconvolgente è che a giocare di più è chi ha di meno (47% degli indigenti e 66% dei disoccupati, secondo i dati Eurispes).

Non mancano in letteratura esempi di giocatori ostinati che vengono osservati e descritti attraverso la lente dell’indagine psicologica. Qualche esempio? “Il giocatore” di Dostoevskij, la cui data di composizione risale a un secolo e mezzo fa, e che è pur sempre di grande attualità. Si tratta di un romanzo breve interamente centrato sul demone infernale del gioco (la roulette), che lo scrittore ebbe modo di conoscere e di sperimentarne gli artigli. Inizialmente infastidito dall’ambiente del Casinò, che gli  “parve lurido, moralmente brutto”, il protagonista gusta le prime vincite, si lascia presto coinvolgere e si accorge che chi “capita una volta su quella strada, è come se scivolasse in slitta da una china nevosa, più in fretta, sempre più in fretta”. Tutte le volte che il croupier esorta a puntare e poi si prepara a girare la roulette col suo “Rien ne va plus”, i giocatori veri, disperati, non si accorgono più di ciò che accade attorno a loro e sono pronti a giocare tutta la notte, ignorando l’arrivo dell’alba. “Provavo unicamente un irresistibile godimento” afferma Alesksej Ivànovic, l’emblematico protagonista. “Pareva che fosse il destino a spronarmi” e come in un vortice inarrestabile, “una tremenda sete di rischio si impadronì di me. Probabilmente passando attraverso tante impressioni, l’anima non si sazia, ma soltanto si eccita ed esige sensazioni sempre più forti, fino alla spossatezza definitiva”.

Attraverso le pagine di un ciclo di novelle, “La sorte”, prima opera narrativa dello scrittore siciliano Federico De Roberto, invece, ci immergiamo in un contesto culturale diverso, in cui impera il ‘destino’ come fosse un nuovo dio, un dio che conviene di più a quella gente che, ormai indebolita, non può più costruirsi una vita secondo volontà e che vuole dare una giustificazione alla propria sconfitta. Nella prima novella della raccolta, “La disdetta”, la decadente principessa di Roccasciano, anziché occuparsi dei propri affari, avviati ormai verso la rovina, si dedica con passione disordinata al gioco delle carte. La situazione precipita e lei non cessa di attribuire alla sorte l’origine dei suoi guai. “Che disdetta, che jettatura” si ostina a ripetere. Un turbine travolge i giocatori quando “Intorno al tappeto verde, con un mucchietto di biglietti dinanzi, gli occhi intenti, le facce infocate, … non sapevano più staccarsi dai loro posti”. La stessa morte è una colpa del destino che, come in un giro di carte, la distribuisce a tradimento. Ogni sforzo, in questo mondo bloccato da ogni parte, non può che portare allo scacco, alla sconfitta.

E’ impressionante come Dostoevskij e De Roberto abbiano saputo rendere, in modo efficace, l’idea del gioco come piacere irrefrenabile, come desiderio compulsivo, quel desiderio incontrollabile che gli esperti denominano “craving”, lo stesso desiderio intenso e incontenibile che sta alla base di tutte le dipendenze patologiche (alcol, droga, cibo, ecc…).

Dal gioco-passatempo al gioco-dipendenza il passo è breve. Per questo il gioco non va mai incoraggiato, neanche con certa pubblicità. “Gioca il giusto”, “Gioca senza esagerare” sono messaggi rapidissimi, così rapidi da non comprendere la raccomandazione di un uso moderato, riuscendone a cogliere semplicemente un invito: “Gioca…!”

Tentare la sorte sfidando il rischio di una lieve perdita, non è in sé una cosa negativa e nelle varie società si è sempre fatto. Il problema sorge quando il gioco è compulsivo, quando si perde il senso della misura e ci si getta tra le braccia dell’alea aspettandosi un risultato in grado di invertire il senso delle nostre difficoltà. E’ un problema, quindi, quando ci si aspetta un riscatto e non si desiste dal “puntare”, continuando a rischiare, e “si azzarda”. E’ un problema che può diventare malattia.

Il ministro della salute Renato Balduzzi annuncia che è giunto il momento  di “regolamentare la materia e l’esecutivo è pronto a muoversi” e la ludopatia sarà considerata, a tutti gli effetti, una patologia. Ma si attivino subito, il problema è urgente e non ammette rinvii. Perché ciò che sembrava soltanto un gioco è diventata una malattia da curare.

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