Sul disagio sociale non bendiamoci gli occhi

Ho seguito un’intervista  alla madre di una ragazzina Down. Sconvolgente! Qualche anno fa aveva casualmente scoperto che a scuola la sua bambina, insieme all’insegnante di sostegno, era stata relegata in corridoio, dove era stato sistemato il suo banco.

Accertatasi del fatto, accaduto in una scuola di Roma, la madre, tutt’altro che rassegnata, ha ottenuto che la figlia seguisse le lezioni insieme a tutti gli altri compagni di classe. Dopo l’episodio, la signora ha anche fondato un’Associazione perche tutti quei ragazzini che avevano simili problemi potessero avere l’opportunità di stare insieme.  Non per isolarli ma per condividere.

Non è l’unico caso di discriminazione. In questa società che si definisce democratica, si  continua purtroppo ad assistere ad episodi di esclusione di chi è portatore di un disagio.

Non si accetta facilmente di percorrere una strada sincronizzando il proprio passo a quello di altri che stentano a camminare. Si guarda avanti e si procede a ritmo spedito, fingendo di non vedere chi non ce la fa.

Il disagio non è circoscritto a patologie, a limitazioni psicofisiche, o a fasce di età. E’ ormai un termine molto diffuso che abbraccia numerose tipologie di persone (non uso il termine “categorie” perché non lo condivido) e che attraversa la società in ogni direzione. Certamente sono altrettanto numerosi i progetti di inclusione, di riduzione della marginalità, di promozione sociale, ma in che termini se ne misura l’efficacia?

Il disagio è uno svantaggio della singola persona: questo è il concetto da smontare.

Non bendiamoci, dunque, gli occhi per scaricare la nostra responsabilità, cerchiamo di migliorare il mondo cominciando da noi stessi.

Cerchiamo di comprendere anziché escludere perché è questo che in una società sana va insegnato.

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