Una pantomima chiamata concorso

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Le procedure concorsuali per l’accesso al pubblico impiego sono disciplinate da un groviglio normativo, teoricamente orientato verso l’adozione di modalità più snelle e volto ad assicurare selettività, trasparenza e imparzialità.

Ad oggi non mi sono chiari molti punti. Per esempio, mi chiedo come mai non si adottino procedure selettive uniformi: concorsi per soli titoli vengono banditi in concomitanza a concorsi per titoli ed esami. Qualche pubblica amministrazione esprime invece preferenza per selezioni per titoli e colloquio. In compenso, è diffusa la prassi di utilizzare i quiz preselettivi nel caso di un consistente afflusso di candidati. Per inciso, questi ultimi sono bersaglio di diverse contestazioni a cui personalmente mi sento di aderire. Le prove standardizzate sono state definite come idonee a rilevare esclusivamente la “capacità di sostenere prove”, cioè di risolvere problemi rapidamente, di controllare le risposte superando situazioni di tensione.

I meccanismi concorsuali adottati dovrebbero essere idonei a verificare il possesso dei requisiti attitudinali e professionali in funzione della posizione da ricoprire.

Mi chiedo come mai , in certi casi, è richiesto semplicemente il possesso del titolo di accesso, mentre in altri è richiesta anche l’esperienza professionale e in altri ancora, un’esperienza maturata presso un ente pubblico.

Il D.Lgs 165/2001 (T.U. del Pubblico Impiego) recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle Amministrazioni pubbliche, così come modificato dal D. Lgs 150/2009, relativamente al reclutamento del personale, all’art.35, stabilisce che le procedure adottate “garantiscano l’imparzialità e assicurino economicità e celerità di espletamento”.

L’imparzialità sembra essere assicurata grazie all’applicazione di criteri uniformi per la valutazione dei titoli. Principio sacrosanto, se non fosse che, applicando i medesimi criteri di valutazione, Amministrazioni diverse assegnino punteggi diversi alla stessa persona.

Riguardo all’economicità ho qualche perplessità: questo principio deve essere assicurato per l’Amministrazione o per il concorrente?

La legge 340/2000, nel semplificare i procedimenti amministrativi, ha soppresso l’uso della marca da bollo per la partecipazione alle procedure concorsuali. E’ stato incoraggiante per i concorrenti essere sollevati da questa onerosa incombenza, ma perché prevedere contestualmente i “diritti per la partecipazione a concorsi” (che per l’art. 23  di detta legge è determinabile fino a un massimo di 20.000£)? Sembra contraddittorio se si prende atto che certe Amministrazioni, una volta abolita la marca da bollo, applichino tasse di concorso, che oscillano tra 5 e 15 euro, per partecipare ad avvisi di selezione o graduatorie che, con una certa frequenza, vengono revocate.

Vogliamo parlare della celerità? Non mi pare sia raro chiedere formalmente di partecipare ad una selezione (pagandone anche la relativa tassa), per poi leggerne la revoca e, a volte, vederne riemergere in Gazzetta una riapertura dei termini.

Ho tentato di approfondire l’argomento per farmene un’idea più chiara ma, sicuramente, mi sono persa nei meandri delle norme, delle loro modifiche e delle loro successive integrazioni.

Una mia opinione forse la sto maturando: spesso siamo di fronte ad una vera e propria pantomima.

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