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  • Mussomeli, una bellissima città

    Mussomeli, una bellissima città

    Da qualche giorno si sono concluse le consultazioni elettorali in questa magnifica cittadina dell’entroterra siciliano: Mussomeli. Due schieramenti hanno sostenuto una campagna combattuta e ispida, cercando di guadagnare quanti più consensi possibili. Ogni lista ha elaborato un proprio programma ed ha presentato i propri candidati, nel tentativo di interpretare e assecondare le aspettative dei cittadini.
    Tante le proposte dell’una e dell’altra parte e tutte interessanti. Ma l’ultima parola spettava a loro, i votanti.
    Obiettivo: catturare la loro fiducia e la loro attenzione. E gli elettori hanno fatto le loro scelte. Sono loro quelli che più di tutti vivono le difficoltà connesse a questo territorio, quelle legate ai disagi di un’idonea rete viaria, alla carenza di prospettive occupazionali, ad una agricoltura portata avanti più per sfida che per redditività, solo per fare qualche esempio.
    Ancora una volta i cittadini di questo paese hanno espresso voti, a volte con un pizzico di sofferenza, nel tentativo di affidare questo paese ad un Consiglio e ad un sindaco che ne fossero veramente all’altezza. In loro hanno riposto la propria fiducia. Pur sapendo che non accadrebbero miracoli e non si realizzerebbero favole, ogni elettore ha cercato di ‘spendere’ al meglio il proprio voto, perché questa bellissima città merita sicuramente il meglio.
    Non è possibile, al momento, affermare se hanno indovinato o hanno sbagliato.
    Un giudizio spassionato non potrà esprimersi nell’immediatezza, ma richiede tempo.
    Adesso è il momento delle scelte della nuova amministrazione appena insediatasi che è tenuta a sforzarsi di intercettare i bisogni e le istanze di ogni singolo membro di questa comunità. Ogni cittadino vuole essere informato e seguito con attenzione, vuole essere consapevole dei propri diritti. Diritti esercitabili agevolmente. I cittadini sono ormai insofferenti a seguire iter incerti e difficoltosi per ottenere qualsiasi cosa spettante. Vanno costantemente informati e orientati verso soluzioni concrete e non lasciati in mezzo ai dubbi e ai pellegrinaggi burocratici. I cittadini vanno trattati con equità, qualcosa in più rispetto all’uguaglianza.
    Ora, gli elettori hanno espresso il loro consensi, spetta ai nuovi eletti non deluderli.
    Ogni cittadino vuole esigere.
    Buon lavoro!

  • IL SINDACO DI NEW YORK

    IL SINDACO DI NEW YORK

    Impossibile non rilevare il grande fermento sviluppatosi qualche mese fa dall’elezione a sindaco di New York di Mamdani Zohran. Un ‘underdog’ lo hanno definito parte degli americani, un altro ‘sindaco delle fogne’ lo hanno definito altri, associandolo ad un altro suo predecessore.

    Subito dopo essere stato eletto, ha messo a nudo il suo orientamento politico e religioso per dissipare ogni ambiguità sulla sua condizione, a costo di essere criticato.

    Dall’Uganda e dall’India, paesi di provenienza dei suoi genitori, ha mantenuto il suo schietto desiderio di rivalsa, di riscatto da condizionamenti di subalternità.

    Americans, first’ è il motto contro cui vuole combattere tenacemente. Per lui, ‘Gli ultimi, first’. Agevolazioni per le abitazioni, trasporto gratuito, sostegno ai deboli, a chi vive ai margini di una società sicuramente molto evoluta.

    Ma il ‘sogno americano’ dov’è finito? Non doveva esserci posto per tutti in America? Dov’è finito il ‘melting pot’ che veniva associato proprio alla multi-culturalità, alla multi-etnicità americana?

  • La simpatica famiglia del bosco

    La simpatica famiglia del bosco

    Ha riempito pagine di quotidiani e notiziari televisivi e online il caso della famiglia Trevillion, ormai conosciuta come ‘la famiglia del bosco’.

    Continuiamo a seguire la vicenda con vivo interesse perché, divenuto un tipico tema divisivo, è oggetto di giudizi differenti.

    Per certi versi, quella famigliola, in particolare quei tre bambini che appaiono in buone condizioni di salute, hanno catturato la nostra attenzione.

    Oggetto del contendere dei nostri giorni sembra essere il riconoscimento della possibilità di scegliere come e dove svolgere la propria vita, senza restrizioni, necessità di omologazione e senza subire atti di forze esterne.

    Ci siamo commossi quando abbiamo saputo che i tre piccoli e simpatici pargoli sono stati sottratti ai propri genitori e forzosamente inseriti in istituto.

    Il problema sollevato riguarda proprio questi tre bambini. Vivere isolati in un bosco, privi di un’adeguata situazione abitativa, senza garanzia di un’istruzione e di contesti socializzanti, è considerato limitativo per la loro crescita e per un’idonea educazione.

    Qualunque sia la scelta che un genitore possa fare per la propria vita, questa, in ogni caso, per legge non dovrebbe intaccare l’interesse dei minori che resta prioritario.

    I diritti dei minori prevalgono sempre rispetto a tutto il resto.

    Le critiche negative mosse sul caso, vertono su presunte difformità di trattamento. Molti detrattori, infatti, evidenziano come questo non sia l’unico caso in cui i bambini sarebbero ‘costretti’ a vivere in ambiente non proprio adeguato. Riportano come esempio la situazione di tutti quei minori che vivono stabilmente nei campi Rom, ai quali non sono assicurate condizioni igienico sanitarie o livelli minimi di istruzione.

    Se la normativa si applica a chiunque si trovi nel nostro territorio, a prescindere dalla sua cittadinanza, allora ci sarebbe qualche area che rimane scoperta. Ma questo è un altro discorso.

    Intanto, occorreva dare una risposta.

    Bisognava pur fare qualcosa.

  • San Francesco e 
San Carlo  Acutis,
due figure a confronto

    San Francesco e San Carlo Acutis, due figure a confronto

    Cosa porta ad accostare la figura di San Francesco a quella di San Carlo Acutis, apparentemente legati solo dall’intensità della loro fede?

    Due storie diverse e due epoche di vita diverse. Circa otto secoli li separano, ma unico è il modo in cui hanno vissuto le loro esperienze di vita.

    Entrambi avrebbero potuto condurre una vita agiata per le condizioni economiche delle rispettive famiglie, ma entrambi hanno scelto di servire la comunità: San Francesco accorreva in soccorso dei poveri, dei lebbrosi, degli ultimi; San Carlo si dedicava al volontariato per dare sollievo ai senzatetto e fornire il suo aiuto nelle mense dei poveri.

    Il frate di Assisi, oltre che alla povertà, scelse l’umiltà e la fraternità, una Fraternità Universale che si estendeva a tutto il creato. Predicava per le strade, in continuo vagare giungendo fino ai confini dell’Europa, diffondendo ovunque parole di pace. Mentre ‘il santo della porta accanto’, San Carlo, cercò di arrivare alla gente del nuovo tempo viaggiando sul web, percorrendo quella che considerava ‘l’autostrada per il cielo’: il sacramento dell’Eucaristia. Era un appassionato di Internet, ma lo utilizzò solo per realizzare siti pertinenti alla fede.

    Nel momento del trapasso, mentre Francesco, scomparso all’età si soli 44 anni, scelse di indossare un saio di tessuto grezzo, Carlo, morto a soli 15 anni, appare vestito di una semplice tuta di ginnastica.

    Pur se così lontani nel tempo, Carlo si sentì, nel corso della sua brevissima vita, attratto dalla spiritualità del frate assisano ed è nella stessa città che sono custodite le loro spoglie.

    Forse è solo un caso, ma colpisce che Carlo sia stato proclamato ‘beato’ proprio sotto il pontificato di papa Francesco.

  • Il Villaggio Globale di McLuhan

    ‘Villaggio globale’ è lo slogan lanciato dallo studioso canadese Marshall McLuhan per definire un aspetto peculiare della società contemporanea, dove l’elettronica ha abbattuto i confini di spazio e di tempo e ha reso ogni parte del mondo interdipendente dalle altre.

    La radio. Il tamburo tribale’, ‘L’automobile. La sposa meccanica’, ‘Il telefono. La tromba squillante’, ‘La televisione. Il gigante timido’ sono alcuni tra gli altri slogan da lui coniati.

    In Italia si è fatto conoscere a seguito di due interviste, molto discusse, rilasciate in un clima di antiterrorismo, durante le vicende del sequestro Moro e poi di D’Urso. in cui ha fornito una sua ‘ricetta’. Aveva affermato che l’arma più efficace contro i terroristi fosse il silenzio. Spiegava che, per evitare il proselitismo e la diffusione della paura, effetti che il terrorismo ha sulla popolazione, esiste una sola soluzione; il blackout dei mezzi di informazione, il buio totale. ‘Ricetta’ travisata e criticata che gli valse l’etichetta di teorico del ‘togliere la spina all’informazione terroristica’.

    Ma la sua fama è legata soprattutto al ‘villaggio globale’, un ossimoro che resiste ancora dopo quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa.

    Assertore del determinismo tecnologico, McLuhan ha illustrato come i media abbiano trasformato la storia umana. Finita l’era meccanica, la società contemporanea dovrebbe essere consapevole dell‘inversione di marcia che la riporta a quell’unità tipica del mondo tribale.

    I media sono ‘prolungamenti’ dei mezzi di cui la natura ci ha dotati per percepire e comunicare. La televisione, il telefono, la stampa, internet ad es., impattano con modalità diverse sui nostri singoli sensi. In quanto estensione e accelerazione della vita sensoriale, ogni medium influenza, al contempo, tutto il sensorio umano, investendo tutta la nostra vita, il nostro modo di agire e di pensare.

    Siamo fruitori di un continuo e sconfinato tam tam mediatico configurabile come piazza, o agorà, in un villaggio tribale ormai sconfinato, in un mondo che oggi si definisce globalizzato.

    Ma McLuhan pone attenzione alle caratteristiche estrinseche del medium, prescindendo dal senso morale, etico o politico del suo uso.

    Voce profetica degli effetti dell’innovazione tecnologica, è stato visto come un bravo pubblicitario da cui si avrebbe da imparare su come ottenere una comunicazione efficace.

    Se fosse vissuto ai nostri giorni, chissà quale sarebbe il suo slogan per indicare i social media o l’intelligenza artificiale!

  • Askatasuna e libertà

    Askatasuna è il nome basco assegnato ad uno dei centri sociali più noti in Italia e significa ‘libertà’. E’ nato circa trent’anni fa dall’occupazione da parte di una sessantina di autonomi di un edificio ottocentesco che era stato sede di diversi istituti di beneficenza. Gradualmente lo stabile è diventato punto di riferimento nei movimenti studenteschi, nelle mobilitazioni No Tav, nelle campagne per i migranti e nei circuiti della controcultura. E’ presto divenuto luogo di iniziative pubbliche e di progetti riguardanti i bisogni del quartiere. Ma è divenuto anche oggetto di svariate inchieste, misure cautelari e perquisizioni. Dopo lo sgombero disposto a dicembre, è stata organizzata la manifestazione che si è svolta sabato scorso. Nella mattinata il corteo è sembrato snodarsi in modo pacifico, ma all’imbrunire gruppi di manifestanti incappucciati, staccatisi dal corteo, hanno cominciato a creare disordini e ad attaccare con brutalità le forze dell’ordine. Di quella serata assurda restano, sparsi per quella strada, cocci di vetro, candelotti, arredi urbani distrutti e resti di mezzi incendiati.

    Una scena che mal si concilia con il nome Askatasuna, ‘libertà’. La libertà di manifestare è un diritto che non può sconfinare nella violenza. Violenza e libertà si contrappongono perché la libertà ha un limite: la libertà degli altri. Quella frangia di manifestanti dal volto coperto, non sta lottando per la libertà. La sta calpestando.

  • E’ l’ora di cambiare! ‘Noscusaperché’

    Quando è l’ora di cambiare, si inizia un viaggio che parte da noi stessi.

    Il cambiamento è un processo che può avviarsi quando sembra che tutto stia sfuggendo dalle mani e la consapevolezza della necessità di modificare la propria esistenza, dandoci la spinta in avanti, è il suo tasto ‘start’.

    Sono infinite le modalità che accompagnano le nostre azioni e l’ironia è una di queste.

    Tanio Messina, nel suo primo romanzo ‘Noscusaperchè’, ci coinvolge in un percorso concreto e immaginario al contempo, in cui il protagonista, dopo un lungo e accidentato cammino, decide di dare un nuovo taglio alla sua vita e lo fa utilizzando la sua vena ironica rendendo piacevole e divertente la sua narrazione.

    Non prende in giro il proprio passato pieno di delusioni verso tutti, ma soprattutto verso se stesso, non chiude nettamente il proprio vissuto, ma cerca di recuperarlo conciliandosi prima di tutto con esso.

    ‘Noscusaperché’ vuole essere l’espressione di una superficialità ‘nel dire’ e ‘nel fare’, una superficialità che è solo apparente.

    L’attaccamento alla vita e la passione per il cibo sono motivazioni da cui si può ripartire per riscrivere la propria storia. Si, perché la nostra storia non è già scritta una volta per tutte. Con la riflessione e la riappropriazione di ciò che siamo stati, può continuamente rigenerarsi.

  • Verso un intervento militare in Niger

    Giorni fatidici per le sorti del Niger. La decisione che sarà assunta in questi giorni potrebbe avere risvolti inaspettati.

    Ma cosa sta accadendo realmente in questo paese? Quello che emerge dall’evoluzione degli ultimi fatti è che il Niger due anni fa ha eletto, in forma democratica, come proprio presidente Mohamed Bazoum.

    Il 26 luglio scorso, dei golpisti che fanno capo al generale Abdourahaman Tiani, hanno preso il potere del paese e fatto prigioniero il suo presidente.

    Successivamente, paesi aderenti all’Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) si sono mossi per il ripristino del potere di Bazoum ed hanno deliberato un ultimatum, purtroppo disatteso dalla giunta militare.

    Di fronte all’ostinazione dei golpisti, i capi di stato maggiore dei paesi dell’Ecowas venerdì sera si sono riuniti ad Accra, capitale del Ghana, per organizzare un eventuale intervento armato contro i militari di Tiani, per scoraggiare una serie di colpi di stato già iniziati da qualche anno. Ci sono, infatti, dei precedenti che lo fanno temere. Negli ultimi due anni, le giunte militari hanno posto sotto il loro controllo Burkina Faso e Guinea.

    La decisione dell’Ecowas trova il totale appoggio anche del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che ha definito inaccettabile il colpo di mano in Niger.

    Anche la Costa d’Avorio, il Benin e il Senegal hanno assicurato la loro disponibilità di mezzi e di soldati in caso di intervento militare.

    Ma due paesi dell’Ecowas (Guinea Bissau e Capo Verde) e altri due paesi confinanti con il Niger (Algeria e Ciad), così come l’Unione africana non concordano per un intervento militare.

    Intanto una delegazione dell’Ecowas si è recato ad Addis Abeba per tentare un negoziato con l’Unione africana, cercando di risolvere il problema per via diplomatica.

    Adesso la stessa delegazione intende incontrare Tiani a Niamey.

    E’ un tentativo estremo da esperire per evitare di passare alle armi.

    Incrociamo le dita sperando che la questione si possa risolvere in modo pacifico, ma i presupposti non sono rassicuranti.

  • Quando si tratta di tratta

    Quando si tratta di tratta

    Ricorre oggi, 8 febbraio, la Giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale.

    Quando si tratta di tratta di esseri umani, si pensa inevitabilmente alle catene alle caviglie, a ‘Radici’, alla diversità del colore della pelle. E quando si tratta di sfruttamento sessuale, si pensa generalmente a catene, stavolta invisibili, che stringono sottili caviglie di donne e bambini, alla diversità delle condizioni economico-sociali e politiche, che però rimangono sfumati, sullo sfondo.

    Ci si rappresenta un’immagine ormai sbiadita di schiavismo, perché si crede sia un fenomeno legato al passato. Si immaginano donne seminude che scelgono di svolgere un mestiere denigrante. Lo scelgono?

    Certo è che quando si tratta di questi temi, si ignora che possano appartenere anche ai nostri tempi e che, se questa pratica continua a sopravvivere è semplicemente perché a qualcuno lucra bene.

  • La Libia di Khaled

    La Libia di Khaled

    La liberazione dei 18 pescatori di Mazzara del Vallo sequestrati dai libici, avvenuta qualche settimana fa, ci ha indotti a guardare con la mente alla Libia, un Paese così vicino storicamente e territorialmente all’Italia.

    I pescatori italiani hanno dovuto trascorrere ben 107 giorni nelle carceri libiche della Cirenaica, accusati dalla milizia locale vicina ad Haftar, di traffico di stupefacenti e violazione delle acque territoriali. Sono state date diverse interpretazioni all’azione di questo sequestro, ma ciò che è certo è che per la liberazione è stato necessario ricorrere alla mediazione.

    Il controllo della Libia è considerato fondamentale per esercitare un’influenza nel Mediterraneo. Motivazioni non solo di natura politica e ideologica, ma soprattutto economica, hanno spinto molti Stati ad intervenire nella situazione del Paese in cui sono sempre più radicati intrecci tra politica interna ed estera.

    Ed ecco che sullo sfondo delle sue problematiche interne, emergono gli interessi degli altri Stati che si affacciano sul Mediterraneo, che si incrociano con quelli dei Paesi del Golfo, degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e del Qatar, ma anche della Russia.

    Alla già complicata situazione geopolitica della Libia si assomma anche la determinante variabile delle ingenti scoperte di gas nel Mediterraneo.

    Da vari decenni il continente africano è assediato da un alto numero di mercenari, oggi denominati contractor, una tradizione già iniziata da Gheddafi che aveva istituito la Legione islamica.

    Oggi la guerra in Libia si è trasformata in guerra di trincea. Le milizie alleate di Sarraj e Haftar, preoccupate dall’evolversi delle vicende politiche, rappresentano l’elemento di instabilità libica e la tensione è in continuo aumento.

    Anche se geograficamente vicina al nostro Paese, ci è difficile formarci un’idea di ciò che succede sul suo territorio.

    Francesca Mannocchi, una giornalista che da molti anni si occupa di migrazioni e zone di conflitto, ci trasporta in Libia con una sua pubblicazione in cui racconta quel Paese visto dagli occhi di un libico, un trafficante di migranti: ‘Io Khaled vendo uomini e sono innocente’. E’ un libro che ci aiuta a comprendere come si vive oggi in quel mondo, dove i limiti tra bene e male si confondono e dove ‘restare’ è una delle scelte più dure.

    Khaled è il nome del protagonista-narratore e gestire il traffico di persone per le traversate del Mediterraeo è la sua occupazione. E’ un lavoro che non ha scelto, ma è l’unico che può assicurare a sé e alla sua famiglia una stabilità economica.

    Ha più di trent’anni ed ha preso parte alla rivoluzione per deporre Gheddafi, se non fosse che la rivoluzione lo ha tradito. Voleva fare l’ingegnere e contribuire alla costruzione di un nuovo Stato, ma adesso quello che può fare è smistare donne, uomini e bambini per destinarli ai centri di detenzione, dove i migranti vengono torturati, stuprati e le loro famiglie ricattate.

    Pur lavorando per soldi, Khaled non si sente un criminale. Se non lo facesse lui, lo farebbe qualcun altro. “Io sono la sola cosa legale in questo Paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia”.

    Khaled rimane sul limite, sul confine. “Chi vuole attraversarlo verrà da me, che il prezzo lo pago restando”.

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